Seguire il Sentiero della Natura. Fare della propria Vita un'Opera d'Arte. Sognare per Credere. Un progetto di Francesca Salcioli

Paolo Cervi Kervischer:
l’amore, la fede, la magia.
E la terapeuticità dell’arte.

IMG_20151204_110139L’atelier PCK è un universo di colori e luci oblique che, dalle finestre sulle chiare rive triestine, filtrano fra pennelli, barattoli e pigmenti. Sul pavimento, costellazioni di gocce d’acrilico mappano l’impronta dell’opera diPaolo Cervi Kervischer, nel centro pulsante di un girotondo a due o tre file di tele appoggiate alla parete. L’artista siede su una piccola poltrona blu di persia. “Ti racconto la storia di questa poltrona”, mi dice, scavalcando qualsiasi imbarazzo o difficoltà di inizio intervista.

PCK. Per tredici anni sono andato a Venezia a fare analisi e mi distendevo su un divano blu. Un giorno, la mia psicoanalista, avendo dei pazienti qui, nella zona di Trieste, mi chiese di aiutarla a cercare una stanza in città, per poter venire una volta alla settimana e riceverli. Così le trovai una stanza in Via Mazzini, dove lei spedì, con un furgone, i suoi mobili, fra i quali il divano. Dopo due o tre anni di studio qui a Trieste, la mia psicanalista si spostò a Pordenone. IMG_20151204_105631Disse di non aver più bisogno di quel divano e che lo avrebbe buttato via. Così ho deciso di tenerlo. Un divano intriso della mia psicanalisi di tredici anni. E della psicanalisi di chissà quanti altri. Un divano pieno di energia, dove ora dormono i miei ospiti. Ed il copridivano blu con cui era rivestito è qui, su questa poltrona: ci sono seduto proprio sopra. Una storia magica. L’arte mi fa scoprire queste stranezze che non possono dipendere che da fili invisibili. Credo che niente succeda a caso. Siamo creatori e creazione insieme: le cose le creiamo noi, ci sono se le guardiamo. E le trasformiamo semplicemente con il nostro sguardo.


IMG_20151204_102353F. Qual è il processo di trasformazione del tuo personale sguardo d’artista?

PCK. Io do immagine a qualcosa che ha a che fare con una mia visione, che ogni volta non conosco e parte da elementi materiali che trovano sempre una nuova combinazione fra loro. Il mio è un procedere in una costante nebbia. La chiamerei, citando un testo medievale, “la nube della non conoscenza” (guida spirituale pratica del XIV secolo, scritta da un anonimo inglese). Qualcosa dove puoi entrare dentro e dove c’è la vera fede.

F. Cos’è la fede?

PCK. Avere il coraggio di vivere nella nube della non conoscenza. Solo in quel momento le cose ti arrivano e ti sorprendono. Sono il primo io a sorprendermi della genesi della mia stessa pittura. E, se la mia pittura non mi sorprende, non vale niente.

IMG_20151204_110208F. Una “ricetta” a base di fiducia e sorpresa.

PCK. Esatto. Fiducia, ma non nelle proprie capacità. Anzi. Prima di fare un ritratto a un soggetto, non mi preparo, vado assolutamente scevro da ogni preconcetto. Il ritratto viene fuori da sé, senza alcuna possibilità che io imbrogli, come scrive Milo De Angelis, nella prefazione del mio libro (Taccuino di viaggio, 2002). Io non so di sapere.

F. È l’arte allora che insegna. E segna. Possiamo dire che è terapeutica?

PCK. Sì, l’arte è terapeutica per me stesso: un’autoterapia intuitiva.

F. E qual è il centro di questa terapia?

IMG_20151204_103311PCK. Il colore. In particolare l’armonizzazione dei colori, che agisce come un’armonizzazione della mia essenza profonda. Durante la mia prima lezione all’Accademia delle Belle Arti, col professor Vedova (Emilio Vedova, 1919 –2006, pittore e incisore), mi sono trovato di fronte alla tela senza indicazioni né istruzioni. Ricordo perfettamente il pensiero che ho fatto e che ha determinato tutta la mia pittura: come il colore si trasforma, così io mi trasformo. La trasformazione del colore, come un semplice giallo che incontra un arancio, si traduce in me in nuove vibrazioni sottili, attraverso gli occhi.

F. Come trasmetti ai tuoi allievi questo concetto di trasformazione e terapeuticità dell’arte?

IMG_20151204_105415PCK. Questo processo non può funzionare senza una preparazione. Per me ad esempio è iniziato quando sono entrato in accademia, ma conoscevo già bene le basi della pittura. In particolare è attraverso il disegno dal vero che si prende atto che non c’è un’immediatezza nella possibilità di catturare le cose che sono fuori. Infatti la prima cosa che si scopre nel disegno dal vero è che ciò che vedi e poi disegni non corrisponde alla realtà. Si è quindi nella condizione di rimettere in ordine il rapporto fra la realtà esterna e la nostra coscienza della realtà. Questa parte non è eludibile. L’artista è come un sismografo. Se non è tarato a zero, quando non c’è vibrazione, c’è solo confusione, non si capisce niente. Prima bisogna tararsi, cioè bisogna arrivare a una relazione con la realtà che sia tarata, in modo da percepire veramente quello che è fuori.

F. Il disegno dal vero riordina quindi la relazione fra interno ed esterno. E la verità viene prima della trasformazione.

IMG_20151204_105922PCK. Certamente. Nel mio laboratorio, per vent’anni, tutti quanti hanno lavorato sempre sul disegno dal vero. Quando sai disegnare, poi fai quello che vuoi. Ma il primo aspetto terapeutico è disegnare dal vero. Non è possibile tralasciare questa prima parte di “verità”. Molti movimenti credono nell’aspetto terapeutico di buttare fuori i colori, ma questo non dà risultati, se non con i bambini. Perché i bambini ancora non hanno un’idea della realtà da dover riordinare. Per loro il processo terapeutico è automatico: hanno bisogno di dipingere, di colori, di sporcarsi. Ma quando entra in gioco l’educazione e l’età adulta il processo non funziona più. Crescendo, arriviamo a scoprire quello che in psicoanalisi è noto come “l’effetto di realtà”, il riconoscimento di una realtà che ci sfugge, che può portare persino a perderci. Ecco, l’aspetto terapeutico inizia dalla verità. Dalla ricerca della verità oggettiva. Per poi lavorare sulla verità soggettiva, che siamo noi in relazione con noi stessi, con le cose e con il trascendente.

F. Cos’è il trascendente per te?

IMG_20151204_104150PCK. Il trascendente è quello che ci governa. Non possiamo saperlo. Ma possiamo riflettere. Ovvero cercare di vedersi da fuori, attraverso gli occhi degli altri. Il padrone della trascendenza è l’altro, per me. Alle origini del rapporto amoroso c’è l’idea dello hieros gamos, il matrimonio sacro, l’unione sacra, che nasce stando assieme alla persona. Tuttavia non nell’innamoramento, ma nella forma successiva all’innamoramento, che è quella più difficile e che molto spesso si butta via. È lì invece che inizia il sacro. E molto spesso quel momento è sancito dal matrimonio, che crea qualcosa di completamente diverso, un altro statuto e un’altra legge. Che non è quella dell’innamoramento. L’innamoramento è come il motorino d’avviamento di una macchina. Il motore, una volta avviato, non ha bisogno del motorino d’avviamento tutto il tempo. Va e deve andare da solo. L’innamoramento è quella scintilla che fa sì che dopo si situi l’amore. La fusione alchemica, lo hieros gamos, fa sì che l’altro diventi il tuo padrone. Come a Venezia, che si dice “Sior Paron”, “Siora Parona”: l’altro è il tuo padrone. Quello che ti permette l’evoluzione. E questo esempio dell’amore vale anche per tutte le altre relazioni, con persone e cose.

F: La trascendenza non è solo verticale quindi. Anzi, mi pare molto orizzontale, nel tuo pensiero.

PCK. È molto orizzontale, sì, certo. La verticalità si crea di conseguenza. Quando un pittore dipinge la natura morta, il padrone è la natura morta. È lei che deve essere raccontata. E attraverso il soggetto sei messo nella condizione di riconoscerti. Accade una rivelazione, quando l’altro diventa il tuo padrone.

F. Dalle tue parole l’arte appare come un servizio. Che permette al contempo una rivelazione molto personale. Un messaggio per l’artista.

IMG_20151204_105244PCK. Esatto ed è la stessa realtà che intuiscono anche alcune tradizioni filosofiche e religiose. E il servizio deve essere totalmente disinteressato.

F. Come riesci a conciliare il disinteresse e la scelta di fare l’artista per professione?

PCK. Non mi do da fare per vendere. Aspetto che qualcuno si agganci a una mia opera.

F. Quindi non metti mai al centro la vendita.

PCK. No, cerco di evitarlo totalmente. E, anche quando c’è la vendita, tendo a togliere l’elemento sicuro. Per esempio, se qualcuno mi chiede un ritratto, io lo faccio. Se poi la persona, una volta che l’ha visto, vuole acquistarlo, lo compra, altrimenti io me lo tengo e non voglio neanche un centesimo per il tempo che ho investito nel realizzarlo. E sono contento così. Questa è la garanzia.

F. Beh, a questo punto ti faccio la domanda che avevo previsto di farti all’inizio. Come sei diventato un artista?

IMG_20151204_105447PCK. Studiavo ingegneria navale e mio padre aveva un import export. Ma la cosa che sentivo fondamentale nella mia vita era andare la sera a scuola di disegno, da Nino Perizi (artista triestino, 1917-1994). Così sono entrato in crisi e sono andato a farmi un giro in Inghilterra, convinto di mettere fine alla mia vita. Sacco a pelo, zaino, autostop. Ho girato per un mese, dentro e fuori da musei e gallerie d’arte. Un giorno sono entrato per l’ennesima volta nella vecchia Tate Gallery di Londra e mi sono trovato di fronte a un quadro di Francis Bacon(me ne mostra una stampa: Study of a dog).Improvvisamente è venuto fuori tutto, ho iniziato a singhiozzare, piangere. E quando sono uscito dalla Tate Gallery sapevo che avrei fatto questo mestiere. Sono tornato. Ho consegnato il libretto di ingegneria e ho iniziato a prepararmi per l’ammissione all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Sono uscito dalla Tate Gallery felice, perché avevo trovato quello che stavo cercando.

IMG_20151204_105955L’arte salva, penso. Sempre. Paolo Cervi Kervischer mi racconta ancora della sua particolare e felice relazione con i suoi acquirenti. Spendiamo gli ultimi minuti in sorrisi su aneddoti e coincidenze di persone che si riconoscono magicamente nei suoi quadri o che si legano indissolubilmente alle sue opere. Anche se “i miei quadri non valgono niente”, mi ricorda ridendo Kervischer, “costano solo perché io do loro un valore: ti do quest’opera per questa cifra”, spiega. “Ma c’è un altro valore dentro”. Quello che fa affezionare a un’opera, che la fa divenire indispensabile, “che ti fa bene”, suggerisce con semplicità Kervischer. Perché l’arte fa bene, sì, anche solo a contemplarla. E me lo confermano quegli occhi luminosi da ex aspirante ingegnere navale, che un giorno entra alla Tate Gallery e ne esce artista. E che oggi mi sorride da un copridivano blu di persia, pieno di terapia, magia e successi.

Francesca Valentina Salcioli, Articolo pubblicato su RESPIRO News.

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