Seguire il Sentiero della Natura. Fare della propria Vita un'Opera d'Arte. Sognare per Credere. Un progetto di Francesca Salcioli

Pino Giuffrida: esistenzialismo pittorico. L’arte è terapia.

1Pino Giuffrida è stato conquistato dall’arte fin dall’età giovanile, fresco di idee e ideali, inizialmente attraverso il linguaggio universale e immediato della musica. Giuffrida suonava il basso elettrico in un gruppo di giovani, sognava in grande. Poi la chiamata per il servizio militare: “Fu nel distaccamento di Muggia (Trieste) che improvvisamente mi cadde l’occhio sull’oleodotto. Non so perché – racconta – ma ho iniziato a disegnarlo con schizzi e scarabocchi. Tornato in caserma, i commilitoni mi dissero che quei disegni erano belli. Così ho continuato a disegnare”. Un incontro casuale (casualità o causalità?) con l’oleodotto, che ti cambia la vita, penso, e che dà il via a una serie di nuovi sguardi su macchie, pavimenti e ricerche fra tele e colori.

3“Quando ero ragazzino ero bravo solo nel disegno tecnico. Sono un autodidatta – puntualizza Giuffrida –ho studiato solo per un periodo alla scuola di Revoltella e a un corso di figura, alla Libera Accademia Ettore Tito di Venezia”. Il resto della cultura riversata sulle tele deriva soprattutto dalle buone letture, in particolare dalle opere di Jean-Paul Sartre, che Giuffrida considera una sorta di padre spirituale: “L’Esistenzialismo mi ha portato a riflettere sulle cose reali e concrete. Ad ogni riga letta i miei occhi si aprivano e sentivo che stava scaturendo in me qualcosa di profondo”. E poi ci sono gli artisti di riferimento, che per Giuffrida sono in particolare “Francis Bacon per la sua carica e forza quasi distruttiva e Pablo Picasso per il suo messaggio universale e la sua ricerca”.

5Sfogliando l’album mentale dei ricordi e qualche catalogo fisico, misto a locandine e fotografie per l’occasione, diverse sono le mostre indimenticabili che segnano la vita dell’artista: la prima personale, ad esempio, in una sala comunale cittadina di Trieste, nel 1970. E poi, nello scorrere degli anni Settanta, altre personali nelle gallerie di Ferrara e Firenze. Una, in particolare, tristemente indimenticabile, inaugurata in un lontano 6 maggio 1976: “Ritornavo indietro dal cinema, quella sera – ricorda Giuffrida – quando in albergo mi dissero del terremoto che aveva appena colpito il Friuli”. Lì l’arte ebbe certamente un aspetto, se non riparatore, almeno accompagnante, terapeutico, nel vero senso etimologico di “tèraps”, dal significato di “aiutante, compagno”.

4L’arte per me è stata una terapia – dichiara Giuffrida – avevo da sempre un carattere piuttosto chiuso. Nell’arte e nelle figura ho trovato invece in primis un dialogo con me stesso e poi una comunicazione con gli altri.“L’arte mi ha permesso di essere più sereno e in pace con me stesso, con gli altri e con il mondo”, aggiunge. Ma l’arte è stata per Giuffrida anche una terapia tangibile, fisica: “Quando dipingevo, fumavo due pacchetti al giorno. Era come una carica per me – ricorda – Con il passare del tempo però sentivo che qualcosa non andava bene, che mi mancava il respiro e avvertivo come un’oppressione al petto. Dopo tanti tentativi per smettere di fumare, mi sono chiesto: perché devo essere schiavo della sigaretta? Se sto male, non dipingo più. Cos’è meglio: dipingere o fumare? Mi sono risposto che preferivo dipingere. E da un giorno all’altro ho smesso di fumare”. Ovviamente l’arte non è solo terapia, suggerisce, ma anche fonte di un certo tormento: “Quando sembra non arrivi l’ispirazione, o nella ricerca di una difficile condivisione con gli altri artisti o di una buona relazione con i critici”. Eppure l’arte permette davvero di respirare, di avere una relazione di scambio vitale con il mondo: Il respiro è la vitaè consapevolezza. Verso gli altri, verso me stesso, verso tutto”.

La mia pittura ha una rilevanza psicologica – sottolinea Giuffrida – con ramificazioni profonde che coinvolgono la travagliata paura dell’uomo d’oggi. Concetti di vita, brandelli di sogni che svaniscono”. Ma qual è la paura più grande, per l’uomo contemporaneo, fra estrema comunicazione e digitalizzazione dell’esistenza? Forse la solitudine. Giuffrida ricerca il perché della solitudine e dell’impossibilità della felicità – attraverso – creature perse o coinvolte dalla vita in un disperato bisogno e una disperata necessità  di entrare nei cuori nella vita individuale”, “corpi piegati e ricomposti come antichi dipinti, ma in una moderna allegoria della follia della ragione”. Poiché “il nostro mestiere di vivere aggrappati alla ragione spesso è una condanna”. “Questi pensieri – conclude Giuffrida – stimolano in me un’esigenza espressiva attraverso il messaggio , per la mia vita d’artista e per il mio avvenire spirituale”. 

“Se dipingete, chiudete gli occhi e cantate”
Pablo Picasso.

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